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dott. Michele Facci, psicologo clinico e forense

Webcrazia è un termine relativamente nuovo, utilizzato in particolare con riferimento al fatto che il popolo del web può assumere sempre più potere decisionale. Internet è il più potente mezzo di comunicazione che l’umanità abbia mai avuto a disposizione (Facci et al., 2013). Internet è un nuovo mondo, una rete di interconnessioni che permette di unire il globo e di fornire a chiunque diversi servizi: il web, le chat, lo streaming video e via dicendo. In particolare, nel web, si sono diffusi sempre maggiormente negli ultimi anni i social network, tra questi Facebook e Twitter in particolare. Tali social network hanno progressivamente contribuito alla diffusione dei media pre-esistenti in rete: i diversi siti delle agenzie di stampa o delle maggiori testate giornalistiche hanno creato le loro Pagine all’interno dei social dove giornalmente condividono informazioni e contenuti.

webcrazia

Che meraviglioso strumento il web! Ci permette di accedere a Facebook per poter contemporaneamente rimanere in contatto con gli amici, pubblicare qualche foto e leggere alcune notizie. La domanda che ci si pone però è: in che modo quelle notizie che vediamo apparire nei nostri social vengono selezionate? Vediamo tutti le stesse informazioni? La risposta è no. I social network utilizzano numerosi e complessi algoritmi per mostrarci pubblicità e informazioni che ritengono più adatte a noi in funzione di un numero elevato di variabili: quanti anni abbiamo, cosa ci piace e cosa no, chi sono i nostri amici, quando andiamo online ecc. Un primo dubbio che nasce è quindi se questa selezione di contenuti sia efficace per noi, e se ci va bene che sia qualcun altro a fare per noi questa selezione, in effetti un tempo eravamo noi a scegliere se andare sul sito web del Corriere della Sera o de La Repubblica, La Stampa o Il Fatto Quotidiano e via dicendo. Oggi forse talvolta ci limitiamo a prendere atto di ciò che arriva nelle nostre bacheche.

Bufale e Webcrazia

Un altro problema importante è quello delle diffusioni di notizie false, ovvero le cosiddette “bufale”. Le false notizie, purtroppo, diventano spesso virali, ovvero le persone le leggono e le condividono, credendole vere e interessanti. Le bufale producono quindi visite, likes, condivisioni e quindi denaro: più una pagina viene letta, più ha valore in termini pubblicitari.[1]

La discussione si apre quindi rispetto a quanto la grande diffusione di bufale abbia potuto influenzare alcuni eventi importanti, tra cui ad esempio le recenti elezioni presidenziali degli USA. Sul tema è intervenuto in prima persona Zuckerberg, CEO di Facebook, dovendosi difendere dalle numerose critiche[2], ha dichiarato nel novembre 2016 che solo un 1% delle notizie su Facebook sono false, ma non ha fornito informazioni rispetto a come sia stato calcolato questo dato. In merito alla politica italiana invece interessante è stato anche l’articolo pubblicato da BuzzFeed[3] accusando di fatto il Movimento 5Stelle di essere responsabile della diffusione di numerose bufale sul web. Le bufale, ma non solo quelle, hanno inoltre come conseguenza l’esplosione dell’odio online: gli utenti si scatenano quindi del difendere la bufala o viceversa nel smentirla, con linguaggio spesso violento e viscerale (Zuccardi, 2016). A questo punto è legittimo chiedersi se e quanto le bufale e la diffusione dell’odio online – spesso basato su notizie false – possa aver contribuito ad influenzare le scelte degli elettori nelle tre più famose chiamate al voto degli ultimi mesi: Brexit, Trump e Referendum Costituzionale.

La webcrazia, tanto decantata in particolare dal Movimento 5Stelle, era intesa come “potere degli utenti del web”, già di per sé era discriminante nei confronti di chi invece, a causa del digital divide, non poteva e non può accedere al web, oggi forse potremmo affermare che la webcrazia è “potere del web, più che degli utenti del web”, ovvero potere di quegli algoritmi che selezionano le informazioni, potere di quei siti che diffondono notizie false, potere dei grandi Social Network che forse non a caso sono tra le aziende più quotate al mondo.

Conclusioni

È opportuno concludere con una riflessione: la webcrazia può portare danni concreti alla democrazia, ma anche alla salute pubblica, come avviene per esempio per il caso dei vaccini. La ben nota bufala sulla correlazione tra vaccini e autismo[4], sta di fatto provocando la morte di bambini innocenti anche in Italia[5]. Forse il web è ammalato. Forse ricercatori, giornalisti, politici e Istituzioni dovrebbero iniziare a valutare un’analisi e una cura per il web, che garantisca la massima libertà di espressione a chiunque, ma senza sacrificare alcune modalità di certificazione dell’informazione. Appare di conseguenza urgente quantomeno insegnare ai nostri bambini come cercare nel web informazioni attendibili, come poter accedere alle fonti (che proprio grazie allo stesso  web, è molto più facile di un tempo).


Bibliografia

Facci M., Valorzi S., Berti M. (2013), Generazione Cloud. Essere genitori ai tempi di Smartphone e Tablet, Erickson, Trento.

Zuccardi G. (2016), L’ odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete, Cortina Raffaello

Note

[1] Si veda per esempio: http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/10/15/news/vi-racconto-come-ho-fatto-soldi-a-palate-spacciando-bufale-razziste-sul-web-1.234576

[2] http://www.ilpost.it/2016/11/14/la-risposta-di-mark-zuckerberg-su-facebook-e-lelezione-di-trump/

[3] http://www.repubblica.it/politica/2016/11/30/news/buzzfeed_m5s_putin-153139053/

[4] http://www.wired.it/scienza/medicina/2016/07/01/vaccini-autismo-storia-bufala/

[5] http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/salute_bambini/medicina/2015/10/05/vaccini-societa-pediatriagia-primi-bimbi-morti-di-pertosse_c89417bd-f32b-4a4c-8d04-fb329be3e8be.html